C’è una cosa che è peggio

C’è una cosa che è peggio del rivoluzionario da tastiera ed è il critico da tastiera del rivoluzionario da tastiera. C’è di peggio di un pessimo scrittore e di un pessimo cantante e sono i loro critici pavidi. C’è qualcosa di peggio di una vita mal spesa. Ed è una vita spesa a parlar male delle vite mal spese.
Diceva Cioran, e forse non ricordo con esattezza la frase ma ci provo, che è meglio parlare male di cose che si conoscono che con grande perizia di ciò che non si sa.
C’è qualcosa di peggiore dell’ignoranza e delle sgrammaticature che il triste e strumentale formalismo del critico 2.0 attribuisce a destra e a manca, tentando di delegittimare ogni difformità intellettuale. Ed è il bello scrivere e il parlare forbito servili. L’intelligenza asservita e priva di coraggio. E c’è una cosa è peggio di un brutto tatuaggio. Il tempo impiegato a non farsene uno più bello o a non farsene affatto, ma privi di quell’ansia di predicatori e moralizzatori falliti negli intenti, nell’effetto e nella pratica. Sono quei segni privi di ogni rimando alla vita che anche ben eseguiti, non necessariamente sul derma, riempiono l’esistenza degli uomini (e delle donne).
E c’è una cosa che è proprio peggio di tutte. Il dividere il mondo in due, andare avanti per dicotomie che non raccontano mai tutta la storia da nessuna delle angolazioni possibili. Tutto il saperla lunga o il fingere di sapere di non sapere che si riducono, dopo un attento ed impietoso esame, a uno stolido, conservativo, dissonante rifiuto di ogni alterità.

Le dimenticanze, le inadempienze e la morte sul lavoro

Non passano nemmeno 24 ore e alla morte di Luana segue la morte in fabbrica di Christian Martinelli, 49 anni e una famiglia, preoccupato perché al lavoro erano in pochi.

A uccidere il lavoratore non sono le dimenticanze e le inadempienze. È bensì la cultura e il contesto di valori e finti valori che ne determinano la loro affermazione come standard non rivelato, perseguito strenuamente.

Quando il vostro responsabile vi parla di resilienza, di eroismo, di disciplina non crederete mica che parli sul serio? La cosa importante è il premio produzione che prendono lui e chi per lui. Dietro un morto sul lavoro spesso c’è una figura che lima tutti i costi, compresi quelli per la sicurezza, che non sono i corsi, i cartelli, ma una equa distribuzione del carico di lavoro. È giusto odiare queste figure dentro le quali alberga un uomo che magari tiene famiglia, ma che non dovremmo in nessun modo giustificare. Lo dovremmo odiare.

Prima di rinunciare all’odio perché non è riformista e moderato pensate sempre al premio produzione di chi taglia i costi.

Più odio e meno fotografie.

Pensiero serale

Un piccolo pensiero serale per tutti quelli che usano le parole scuola e parcheggio nella stessa frase come a voler disprezzare chi porta i figli a scuola e a venerare al contempo un’idea altra e alta di scuola che però non viene mai dispiegata nel discorso. Non credo tra i miei contatti ce ne siano molti, ma qualcuno sicuramente, qualche testa di cazzo ignobile sicuramente c’è e stasera, in questo sabato in cui come in un film demenziale stiamo per augurarci la buonanotte alle 19,23, voglio ricordargli che è necessario parcheggiare i bambini a scuola e assicurarsi che da quell’essere parcheggiati traggano il meglio affinché non diventino idioti come lui che dalla ipotetica esperienza scolastica, come anche dalla vita, non trasse nulla di intellettualmente rilevante.

Il reclutamento della classe dirigente

Il reclutamento della classe dirigente

Sarebbe in errore, a mio parere, e ingenuamente cadrebbe in una trappola apparentemente razionale chi credesse, nel confrontare due classi dirigenti, una formata in una delle molte Scuole di Alti Studi sparse nel mondo, l’altra selezionata da un portale online, di scorgere una differenza discriminante nella qualità dell’istruzione ricevuta ignorando al contempo la loro sostanziale similitudine. Perché se è indubbio che i ben formati abbiano formazione certificata e capacità presumibili, pare altresì indubbio che finire a far parte di una classe politica esautorata della possibilità di produrre politica, idee e dispositivi in un contesto governato per mezzo di decreti e cabine di regia (già da prima della presente Pandemia) ne renda inutile ogni potenzialità. Rendendo invece di somma importanza ciò che li rende sostanzialmente simili ai descamisados della politica selezionati sul portale. Ovvero la disposizione a ricevere delle direttive indiscutibili di provenienza ignota (perlomeno per l’osservatore da casa) e ancor più importante l’essere sradicati dal proprio contesto di appartenenza e la rinuncia a essere espressione e di conseguenza ricevere le istanze di qualsivoglia gruppo sociale. Fenomeni quello della de-democratizzazione delle istituzioni e dello sradicamento della classe dirigente che non ho certo la pretesa velleitaria di introdurre io, ma che sono già ampiamente discussi dagli anni 50 e che nel contesto attuale si manifestano solamente in modo più limpido incontrando le voci amplificate dal grande flusso di comunicazione, talvolta distorte artatamente, di alcune delle eminenze pensanti del nostro sciagurato presente.

La città sembra deserta

La citta sembra deserta. C’è già stato il lockdown? È già stato dichiarato l’attacco alieno? Ma sapete cosa mi fa più terrore? La bipolarità, la dissonanza evidente dell’Occidente, di questa moltitudine di scemi che un giorno è Charlie e difende il diritto di essere offensivi, dissacranti, provocatori, di fare ironia insopportabile su morti, disgrazie, segmenti di umanità penalizzati, sul sentimento religioso, su qualunque cosa, ma il giorno dopo si spaventa per l’uso di alcune parole, vede sessismo, esclusione, razzismo ovunque, punta l’indice contro la facile ironia social di gente semplice e rozza, ma soprattutto ha paura delle parole. L’altrui paura delle parole mi spaventa. Più del Covid e della Peste Bubbonica.